Itinerario culturale

Su e Zo per i Ponti - Itinerario Culturale 2017Su e Zo per i Ponti - Itinerario Culturale 2017 Su e Zo per i Ponti - Itinerario Culturale 2018Su e Zo per i Ponti - Itinerario Culturale 2018 Su e Zo per i Ponti - Itinerario Culturale 2019Su e Zo per i Ponti - Itinerario Culturale 2019 Su e Zo per i Ponti - Itinerario Culturale 2022Su e Zo per i Ponti - Itinerario Culturale 2022 Su e Zo per i Ponti - Itinerario Culturale 2023Su e Zo per i Ponti - Itinerario Culturale 2023 Su e Zo per i Ponti - Itinerario Culturale 2024Su e Zo per i Ponti - Itinerario Culturale 2024 Su e Zo per i Ponti - Itinerario Culturale 2025Su e Zo per i Ponti - Itinerario Culturale 2025
Su e Zo per i Ponti - Itinerario Culturale 2026

Itinerario culturale “Su e Zo per i Ponti” 2026
Giochi Serenissimi:
Tra regate, racchette e acrobazie, la Venezia in gioco

a cura del Servizio Comunicazione turistica della Città di Venezia
nell’ambito dell’Olimpiade Culturale Milano Cortina 2026

IntroduzioneMappaPunti di interesse

Pensate a Venezia non soltanto come città di palazzi e canali, ma come un grande campo da gioco a cielo aperto. È la Venezia dei tornei e delle feste popolari, delle competizioni agonistiche e degli spettacoli pubblici, nella quale per secoli l’esercizio fisico e il gioco hanno rappresentato una forma essenziale di espressione collettiva. Dalle gare di voga alle sfide tra “castellani” e “nicolotti”, dalle cacce ai tori alle acrobazie in piazza e sull’acqua, la città metteva in scena prove di destrezza, forza, ingegno e spirito di squadra: veri e propri riti condivisi, capaci di rafforzare il senso di comunità e appartenenza.

Questo itinerario invita a riscoprire calli, campi, rii e ponti che un tempo si trasformavano in palcoscenici di sfide. È la Venezia in cui le regate scandivano il ritmo dell’anno, le racchette e i giochi con la palla animavano campielli e corti, le “Guerre dei Pugni” facevano dei ponti arene civiche, e le spettacolari Forze d’Ercole innalzavano piramidi umane capaci di stupire cittadini e viaggiatori stranieri. Non semplice intrattenimento, ma esercizi di abilità e forza, pratiche che mantenevano il corpo allenato e affinavano l’ingegno, e che oggi raccontano l’identità profonda della Serenissima.

Il percorso si snoda in dieci tappe, alternando luoghi celebri e spazi più appartati: dal Canal Grande e dal Bacino di San Marco, teatro delle grandi regate e delle antiche naumachie, ai campi e alle calli un tempo dedicati ai giochi con la palla; dagli squeri, dove ancora operano i maestri d’ascia, ai ponti segnati da storiche rivalità di sestiere.

Camminare lungo questo itinerario significa leggere Venezia con occhi diversi, riconoscendo nei suoi spazi i segni di una tradizione che non appartiene solo al passato, ma continua a vivere nel presente. Il gioco, la competizione, lo spettacolo pubblico restano elementi attivi della vita cittadina, e invitano a riscoprire, passo dopo passo, una Venezia vitale, capace ancora oggi di sorprendere.

Scopri tutti gli itinerari per esplorare una Venezia diversa, promossi dalla campagna di sensibilizzazione #EnjoyRespectVenezia della Città di Venezia. Adotta comportamenti consapevoli e rispettosi del patrimonio culturale e naturale della città e della sua laguna, sito tutelato dall’UNESCO.


Mappa

IntroduzioneMappaPunti di interesse

Punti di interesse

IntroduzioneMappaPunti di interesse

1. Campo dei Gesuiti – Cannaregio

Nella Venezia di un tempo, campi e campielli sono spesso teatri di partite, tornei, sfide di giochi con la palla. E tra i più popolari c’è il Campo dei Gesuiti, nel sestiere di Cannaregio, ampio e arioso, ideale per attività all’aperto. Qui si disputano incontri di pallone col bracciale, il gioco con la palla per eccellenza, noto anche come palla da pugno o palla al bracciale. Non un passatempo qualsiasi, ma un vero fenomeno sociale, praticato anche in altri punti della città – come Campo San Giacomo dell’Orio, a Santa Croce – e capace di mantenere una popolarità altissima fino ai primi del Novecento. Alla fine dell’Ottocento era addirittura considerato lo sport nazionale del Regno d’Italia.

Le sue origini sono antiche e risalgono al Rinascimento. La prima regolamentazione del gioco è del 1555, e si deve all’umanista Antonio Scaino: proprio a Venezia viene pubblicato il primo Trattato del giuoco della palla, per i tipi dell’editore Gabriele Giolito de Ferrari, con bottega a Rialto. Un testo che descrive le diverse varianti dei giochi con la palla, tra cui quella – spettacolare – del bracciale.

Le regole? Apparentemente semplici: due squadre, un campo diviso in due metà, una palla da ribattere finché l’avversario non cede. Le squadre sono composte da tre o quattro giocatori e per lanciare la palla si utilizza il bracciale: un cilindro di legno, pesante fino a due chili, che avvolge l’avambraccio. Per indossarlo, i giocatori fasciano il braccio con panni di lana o lino e lo impugnano tramite un piolo interno. All’esterno, le file di punte a forma piramidale – intagliate direttamente nel legno o inchiodate – permettono di controllare la palla, grande quanto un pallone da calcio moderno, resa scivolosa dal grasso che ne mantiene la forma sferica. Il punteggio? A multipli di 15, come nel tennis odierno.

Il risultato è uno spettacolo potente, tecnico, anche pericoloso. Il bracciale permette colpi violentissimi, effetti imprevedibili, giocate spettacolari persino dietro la schiena. Ma soprattutto alimenta scommesse: ogni partita può mettere in gioco somme considerevoli.

Eppure, giocare in un campo aperto nel cuore della città ha conseguenze evidenti. Una veduta di Domenico Lovisa, databile ai primi decenni del Settecento, racconta una partita ai Gesuiti con uno sguardo quasi cinematografico: la folla in disordine, sedie rovesciate, un uomo colpito in pieno volto, un cane che abbaia; poco più in là, una palla finisce nel canale sfiorando un gondoliere che si protegge mentre la passeggera si affaccia preoccupata. L’immagine appartiene all’opera Il gran teatro di Venezia ovvero raccolta delle principali vedute e pitture, pubblicata tra il 1715 e il 1720, articolata in due tomi – uno con 66 vedute, l’altro con 57 tavole dedicate alle pitture delle chiese veneziane.

Non stupisce, allora, che il gioco fosse percepito come turbolento. Il 21 aprile 1711 il Consiglio dei Dieci ne decreta il bando dal Campo dei Gesuiti. Ma le partite, come vedremo, si sposteranno altrove.

Campo dei Gesuiti, Cannaregio, 30121 Venezia

2. Campo di Sant’Alvise – Cannaregio

Varcando Campo Sant’Alvise, nel sestiere di Cannaregio, si ricostruisce con facilità l’atmosfera delle grandi partite del gioco del calcio che animano Venezia fin dalle epoche più antiche.

Il “calcio” veneziano, attestato già nel tardo Cinquecento, ha poco in comune con lo sport che oggi associamo a questo nome: è un gioco di squadra fondato sul contatto diretto tra i giocatori; pur seguendo regole definite, richiede forza, resistenza e capacità di affrontare scontri fisici anche molto intensi. A descriverlo è Antonio Scaino, nel suo Trattato del giuoco della palla (1555), una delle fonti fondamentali per ricostruirne le regole.

Qui, negli spazi del Bersaglio di Sant’Alvise — originariamente destinati all’addestramento militare dei giovani veneziani con archi e balestre — si svolgono le partite più attese, soprattutto durante la Quaresima. Il campo è delimitato da una staccionata e presenta due porte alle estremità, strutturate, nelle fonti veneziane sei-settecentesche, come cancelli o archi di legno o stucco.

Le squadre non avevano un numero fisso di giocatori: la partecipazione dipendeva, di fatto, dalla capienza dello spazio e dall’afflusso dei partecipanti. Il pallone, in cuoio, veniva messo in gioco con un calcio iniziale che, secondo la tradizione, avrebbe dato origine al nome stesso della disciplina. Da lì in avanti, la palla poteva essere condotta, spinta o colpita verso la porta avversaria per segnare il punto.

È proprio al bersaglio di Sant’Alvise che è ambientata una celebre scena di Gabriel Bella, ispirata a una precedente incisione di Giacomo Franco inserita negli Habiti d’huomeni et donne venetiane. Ci mostra con chiarezza l’organizzazione del gioco: due squadre contrapposte, spesso identificate da colori distinti, un campo recintato, e al centro tamburini incaricati di scandire inizio e conclusione dell’incontro. Ai margini, spettatori ben vestiti seguono la scena, a conferma che il gioco in questo campo era riservato ai gentiluomini.

Le fonti, tuttavia, non descrivono un’unica versione del calcio veneziano. Accanto alla codificazione di Scaino, altre testimonianze suggeriscono varianti successive. Nel Settecento, Giovanni Grevembroch descrive per esempio una variante del gioco riservata ai nobili veneziani e praticata nei mesi estivi. I partecipanti si dividono in due fazioni contrapposte, distinguendosi per il colore delle piume — rosse o nere — appuntate su berrette e cappellin. L’uso delle mani è vietato, i contendenti devono mantenere le braccia serrate lungo i fianchi, affidando l’attacco e la difesa esclusivamente alla forza del petto e delle spalle. Lo storico ottocentesco Giuseppe Tassini, nelle sue Curiosità veneziane, accenna al gioco del calcio praticato al Bersaglio di Sant’Alvise, descrivendolo come attività riservata ai giovani patrizi, organizzati in fazioni contrapposte. Il gioco si sviluppa attorno a una palla lanciata oltre una struttura che funge da limite o porta, dando origine a una contesa serrata in cui il possesso determina l’esito della sfida. La dinamica è fortemente fisica: i partecipanti si affrontano corpo a corpo, spingendosi e contrastandosi senza poter ricorrere all’uso delle braccia, che devono restare aderenti ai fianchi.

Campo di Sant’Alvise, Cannaregio, 30121 Venezia

3. Calle, Sottoportico e Ponte della Racheta – Cannaregio

A Cannaregio un ponte, una calle, un sottoportico e un rio portano ancora il nome del gioco della “Racheta”, precursore del tennis moderno. Venezia rivendica un ruolo d’eccezione in questa disciplina: qui, nel 1555, lo stampatore Giolito de’ Ferrari pubblicò il Trattato del Giuoco della Palla di Antonio Scaino. Dedicato ad Alfonso II d’Este, il volume è considerato il primo manuale dedicato al tennis e ad altri giochi con la palla.

Il gioco descritto da Scaino, noto come jeu de paume o pallacorda, era considerato il “re dei giochi” per la sua capacità di affinare corpo e ingegno. A Venezia il gioco della “racheta” (o lacchetta) era amatissimo e univa patrizi e popolani, ognuno con i propri luoghi di ritrovo. Protagonisti assoluti erano i giovani delle Compagnie della Calza, società di gentiluomini attive tra Quattrocento e Cinquecento, celebri per le calzamaglie dai colori asimmetrici. Queste brigate organizzavano feste e spettacoli per la nobiltà durante il Carnevale o le visite di ospiti illustri in città.

Se inizialmente si giocava all’aperto, nel 1595 sorse a Cannaregio, presso il monastero di Santa Caterina, il primo campo al chiuso. Per rivivere l’atmosfera di quei match nella Venezia del Settecento, basta osservare un dipinto di Gabriel Bella alla Fondazione Querini Stampalia: la tela ritrae un doppio in un campo coperto, tra gallerie affollate da un pubblico di tifosi e scommettitori.

Ponte Racheta, Cannaregio, 30121 Venezia

4. Ponte dei Pugni – Dorsoduro

Il Canal Grande non è solo la principale via d’acqua di Venezia, ma il confine storico che per secoli ha diviso la città in due fazioni: i Castellani a levante e i Nicolotti a ponente. I Castellani, marinai dei sestieri di Castello, San Marco e Dorsoduro (de citra), si contrapponevano ai Nicolotti, pescatori di San Polo, Santa Croce e Cannaregio (de ultra). Questi ultimi, originariamente chiamati Cannaruoli, presero il nuovo nome nel 1548 proprio dopo un’aspra lotta su questo ponte, in cui uscirono sconfitti.

Tra settembre e Natale diversi ponti della città, quando erano ancora in gran parte privi di ringhiere laterali, diventavano teatri di battaglie, le “guerre dei pugni”, combattimenti regolamentati che si svolgevano con il permesso delle autorità. Oltre a quello di San Barnaba, le sfide avvenivano sui ponti di Santa Fosca, della Guerra, dei Carmini, dei Servi, di San Marziale, dei Gesuati e di Santa Sofia.

Osservando il ponte, noterete quattro impronte di piede in pietra d’Istria ancora visibili nella pavimentazione, che indicavano le posizioni dei contendenti. Le sfide potevano assumere forme diverse: la Mostra, duello tra campioni; la Frota, assalto collettivo delle due fazioni per la conquista del ponte; la Guerra Ordinata, combattuta a spinte, con l’obiettivo di far arretrare gli avversari fino a costringerli a cedere il passaggio.

Gli scontri degeneravano spesso in risse violente, con feriti e morti. Nel 1705, mentre infuriava un combattimento, scoppiò un incendio nella chiesa e nel convento di San Girolamo: i contendenti, invitati a intervenire, continuarono invece la lotta, trasformandola in una rissa con lancio di pietre che colpirono anche un sacerdote uscito col Crocifisso per sedare il tumulto. Dopo questo episodio, il governo vietò definitivamente queste lotte, indirizzando le fazioni verso prove meno cruente come le spettacolari Forze d’Ercole e le regate.

Ponte dei Pugni, Dorsoduro, 30123 Venezia

5. Campo San Polo – San Polo

La storica rivalità tra Castellani e Nicolotti si esprime in spettacolari competizioni agonistiche, progressivamente controllate dal governo della Repubblica. Con la proibizione delle violente battagliole sui ponti nel 1705, l’antagonismo tra le due fazioni si sposta altrove: accanto alle regate e alle Forze d’Ercole, la Caccia dei tori è una delle gare pubbliche in cui i giovani popolani manifestano forza fisica e appartenenza a una fazione.

Campo San Polo, cuore del sestiere, è per secoli il palcoscenico d’elezione delle cacce dei tori, che fino all’inizio dell’Ottocento animano diversi campi della città. Le grandi cacce in piazza San Marco o nel cortile di Palazzo Ducale sono veri e propri eventi di Stato, organizzati per accogliere ospiti illustri o celebrare il Carnevale.

Protagonisti sono i tiratori, scelti tra gondolieri, garzoni di bottega e peatèri (i conduttori delle barche da carico, le peàte), riconoscibili dalla giubba scarlatta e dal tricorno — rosso per i Castellani, nero per i Nicolotti. Il loro compito è manovrare l’animale, di solito un bue o una vacca, tramite lunghe funi legate alle corna: ne guidano i movimenti, lo lasciano molào (sciolto) alla carica o lo strattonano fino a farlo cadere in ginocchio.

Contro il toro vengono aizzati i cani, mastini o altre razze di taglia grande, esemplari addestrati fin da cuccioli nei macelli pubblici di San Giobbe ad azzannare le orecchie dell’animale. Se un cane serra la presa senza mollare, i cavacani intervengono con manovre decise per staccarlo. I proprietari dei cani più tenaci e aggressivi ricevono premi in denaro come riconoscimento dell’efficacia del loro addestramento.

Il calendario di questi eventi è rigoroso: inizialmente si svolgono tra la metà di agosto e il Natale, come feste autunnali, ma sono poi concentrati e regolamentati nei giorni del Carnevale, tra l’Epifania e il Martedì grasso. Con largo anticipo, dopo aver ottenuto il permesso dal Consiglio dei Dieci, l’organizzatore fa installare un cavo teso sopra il campo, vi appende un festone di anelli metallici intrecciati e bandiere. Questi elementi attirano l’attenzione dei passanti e annunciano il luogo della sfida.

Si montano delle vere e proprie tribune per permettere agli spettatori di assistere – a pagamento – alla caccia, le scalinàe: si tratta di gradinate realizzate con assi di legno e barili, completate da palizzate di contenimento. Attorno, il campo si trasforma in una fiera con banchetti di frittelle, castagne e zucchero filato. L’attesa è animata da spettacoli di marionette e di animali addestrati, fino a quando il capocaccia, il responsabile dell’organizzazione della festa, ne dispone l’avvio e un’orchestrina annuncia l’apertura ufficiale con fanfare di trombe e tamburi. Tra la folla si aggirano anche imbroglioni e giocatori d’azzardo. L’affluenza è tale che i residenti affittano finestre, balconi e tetti come tribune privilegiate per gli spettatori.

Terminata la caccia vera e propria, i tiratori fanno sfilare l’animale, sfiancato dai cani, per le calli, sotto i balconi di mogli e fidanzate, nel rito dell’“andar zo de la festa”. È la fase più “artistica”: i campioni dell’arena si esibiscono in acrobazie, tra gesti di sfida e momenti quasi comici. Alcuni si issano sulle corna, altri balzano sul dorso del toro o lo scherniscono tirandogli la coda, dando vita a una dimostrazione di forza, destrezza e gioco.

A segnare la fine di questa tradizione plurisecolare sono gli Austriaci che, dopo aver preso il controllo della Repubblica di Venezia, sopprimono definitivamente questa espressione di rivalità tra fazioni.

Oggi la caccia dei tori del 1648 in Campo San Polo, dipinta da Joseph Heintz il Giovane (1600-1678), è esposta al Museo Correr di Venezia. Anche Gabriel Bella (1730-1799), pittore noto per le numerose scene di vita veneziana, ha rappresentato le cacce dei tori: ben 69 sue tele sono conservate al Museo della Fondazione Querini Stampalia.

Campo San Polo, San Polo, 30125 Venezia

6. Campo San Giacomo dall’Orio – Santa Croce

Campo San Giacomo da l’Orio è oggi uno spazio molto frequentato dai veneziani del sestiere, proprio nel cuore di Santa Croce: panchine e tavolini all’aperto si affacciano su aiuole fiorite curate dagli stessi residenti. La sua forma articolata si sviluppa attorno al campanile e alle absidi di una delle chiese di più antica fondazione della città, le cui origini vengono fatte risalire tra il IX e il X secolo.

In questo campo si riconosce uno dei principali scenari del pallone col bracciale, come abbiamo visto tra i giochi con la palla più seguiti e coinvolgenti della Venezia di un tempo, praticato in diversi spazi pubblici della città anche dall’aristocrazia veneziana. Campo San Giacomo dell’Orio è infatti tra i primi luoghi scelti dai patrizi per questa attività. Come riporta Giuseppe Tassini nelle Curiosità Veneziane, nel Seicento il campo è già utilizzato per il gioco, ma la presenza dell’erba ne rende il fondo poco adatto allo svolgimento delle partite, che vengono quindi spostate al Campo dei Gesuiti.

Tuttavia, quando nel 1711 le sfide vengono bandite da quest’ultimo a causa della loro turbolenza — che interferisce con i riti delle confraternite e le devozioni religiose — si decide di tornare definitivamente qui. Per rendere l’area pienamente idonea al pallone col bracciale, nello stesso anno il suolo viene finalmente lastricato.

Le partite, come sappiamo, si svolgono tra due squadre composte da tre o quattro giocatori. Al centro dell’azione vi è il battitore, incaricato di colpire la palla; al suo fianco si dispone la spalla (o sentina, termine mutuato dal lessico della voga veneziana, indicante il secondo ruolo per importanza), mentre ai lati si posizionano uno o due giocatori detti terzine.

Ogni fase di gioco, detta caccia, inizia con il lancio della palla da parte di un assistente, il mandarino. Il battitore, da fermo o lanciandosi da una rampa di legno detta trampolino, colpisce la palla con il bracciale, indirizzandola nella metà campo avversaria.

L’altra squadra può ribattere la palla una sola volta, al volo o dopo il primo rimbalzo, esclusivamente attraverso il bracciale, che a sua volta non deve mai toccare il suolo.

Il gioco si prolunga a lungo, soprattutto quando le squadre sono di pari livello, trasformando ogni partita in una prova intensa di resistenza e abilità tecnica.

Campo S. Giacomo dall’Orio, Santa Croce, 30135 Venezia

7. Piazzetta San Marco – San Marco

In Piazzetta San Marco, ogni Giovedì Grasso, andavano in scena le Forze d’Ercole, spettacolari esibizioni acrobatiche che vedevano protagoniste le fazioni dei Castellani e Nicolotti. Qui i due gruppi si cimentavano davanti al Doge in piramidi umane capaci di raggiungere gli otto piani.

L’esibizione avveniva su un palco sorretto da botti. La struttura poggiava sulla “saorna” (in origine  la zavorra sul fondo delle navi), un solido basamento di uomini che reggevano assi sulle spalle. Salendo attraverso gli “ageri” – piani sovrapposti di uomini che si sostenevano a vicenda – si giungeva al “cimiereto”: un ragazzo che, al vertice, si esibiva in figure acrobatiche. Sotto la guida di un capo, spesso ideatore degli esercizi, i due gruppi si misuravano in sei diversi giochi. La fama di questi campioni rivaleggiava con quella dei barcaioli più noti nelle regate cittadine. L’evento terminava con la “Moresca”, danza che rievocava le lotte tra Mori e Cristiani. Ogni gioco aveva nomi suggestivi legati alla figura simbolica rappresentata, come il Colosso di Rodi, la Sultana, la Carega Imperiale o La Bella Venezia.

Se nel giorno di Giovedì Grasso gli “sforzanti” si esibivano in Piazzetta, abitualmente le Forze d’Ercole venivano erette nei punti più disparati della città, anche in Canal Grande e nei rii, su barche, per aumentarne la spettacolarità, e nel gelido inverno del 1788-89, persino sulla laguna ghiacciata, all’altezza dell’isola di San Secondo.

Il governo austriaco pose fine alla tradizione nel 1816, ma la memoria di queste sfide è preservata in numerosi documenti d’epoca. Il corpus più consistente è custodito al Museo Correr, altri preziosi codici si trovano all’Archivio di Stato di Venezia. Questi volumi rappresentano una vera e propria fonte documentaria sui vari tipi di giochi praticati.

Piazzetta San Marco, San Marco, 30124 Venezia

8. Canal Grande / Machina della Regata Storica – Dorsoduro
Questa tappa ci portaL’itinerario raggiunge il suo culmine nel punto più spettacolare del Canal Grande: la “volta de Canal”, dove sorge la Màchina, traguardo della Regata Storica. “Regata” è un termine veneziano, diventato internazionale, usato per indicare una competizione agonistica su barche.

La Màchina è il punto di arrivo ufficiale per tutte le gare della Regata Storica. Situata scenograficamente davanti al monumentale palazzo di Ca’ Foscari è qui che le imbarcazioni, dopo aver affrontato il “giro del paléto” (la boa di inversione), lanciano l’ultima sfida per tagliare il traguardo. Storicamente definita anche come “Loggia dei premi”, la Màchina è un imponente palco ligneo galleggiante, riccamente decorato, destinato a ospitare le massime autorità. È proprio su questa struttura che avviene la solenne cerimonia di premiazione: il premio ambito è la bandiera.

Oggi il percorso della Regata Storica ripercorre il percorso tradizionale delle regate sul Canal Grande consolidatosi tra Settecento e Ottocento, e si snoda dallo spaghéto (la partenza, nei pressi dei Giardini di Castello) alla màchina (l’arrivo, davanti a Ca’ Foscari), tra il Bacino di San Marco e il Canal Grande, con giro del paléto all’altezza di San Marcuola. Sono coinvolte diverse tipologie di imbarcazioni, da uno a più remi, e categorie di regatanti. Pupparìni, mascaréte, gondolìni, caorlìne: ancora oggi, le competizioni di voga veneta si svolgono a bordo di queste particolari barche in legno tradizionali, tipiche della laguna di Venezia, realizzate dalle mani di sapienti artigiani. È per la prima volta in occasione della Regata del 1843 che si decide di dipingere le imbarcazioni in gara. Dalla regata del 1892 i colori sono rimasti invariati: bianco, marrone, rosa, celeste, verde, viola, canarino, rosso, arancio.

Per comprendere questo evento, è necessario partire dalla voga alla veneta, la tecnica che ne è alla base: si rema in piedi, rivolti in avanti, con un solo remo appoggiato alla fòrcola (lo scalmo, in veneziano). Qui si voga così da sempre perché nelle acque basse della laguna è necessario sapersi orientare e vedere bene la direzione da prendere. È da questa pratica, quotidiana e storicamente necessaria per gli spostamenti in città, che nascono le regate come forma di competizione e celebrazione collettiva. I primi documenti sulle regate risalgono al Trecento, mentre la prima notizia della “corsa di barchette” lungo il Canal Grande voluta da una Compagnia della Calza (associazioni di giovani nobili, molto attive nel periodo rinascimentale nell’organizzazione di feste) è del 1441. Per tutto il Cinquecento sono i nobili che organizzano feste e regate. Successivamente, negli anni intorno al ‘70 del secolo XVI, sarà invece il governo della Serenissima a farsi carico in prima persona, attraverso le magistrature preposte, della regia di feste e regate. Ancora oggi, le regate sono organizzate dalla Città di Venezia.

Da aprile a settembre, la stagione sportiva di voga alla veneta prevede un calendario di gare che si svolgono in diversi luoghi della laguna, da Sant’Erasmo a Pellestrina, da Murano alla Giudecca (https://www.comune.venezia.it/it/content/mappe-regate). Tra la primavera e l’estate due regate molto attese sono la Regata della Sensa (che celebra l’antico legame tra Venezia e il mare nel giorno dell’Ascensione) e la Vogalonga, un vero e proprio «festival» della voga; a differenza delle altre competizioni, infatti, è una manifestazione aperta a tutte le imbarcazioni a remi e a diverse tecniche di voga, capace di attrarre partecipanti anche dall’estero.

Il culmine arriva però la prima domenica di settembre con la Regata Storica, istituita nel 1841 e considerata a tutti gli effetti la prima regata moderna.

È qui che entra in scena la Màchina, parte essenziale del grande apparato cerimoniale che apre l’evento e ne definisce il carattere unico. La manifestazione si articola infatti in due momenti distinti ma complementari. Il primo è il corteo storico, un’imponente sfilata sull’acqua con decine di imbarcazioni tradizionali, riccamente decorate e popolate da figuranti in costume, che rievocano il passato glorioso della Repubblica di Venezia. Segue poi la parte competitiva, con le gare tra equipaggi che mettono alla prova tecnica, forza e coordinazione secondo le regole della tradizione remiera.

La voga alla veneta, oggi riconosciuta come disciplina sportiva tradizionale, resta una pratica radicata nella cultura locale e diffusa grazie soprattutto all’impegno delle società remiere, associazioni dove si riuniscono i praticanti della voga veneta. Ce ne sono decine e decine, ma le due storiche sono la Canottieri Querini e la Canottieri Bucintoro.

Osservare una regata – o assistere a un allenamento in laguna – permette di cogliere l’essenza di Venezia, dove il movimento lento e controllato delle imbarcazioni a remi racconta una tradizione ancora presente, fatta di equilibrio, tecnica e relazione continua con l’acqua.

Canal Grande, Dorsoduro, 30123 Venezia

9. Museo Storico Navale – Castello

Fondato nel 1919 dallo Stato Maggiore della Marina, il Museo Storico Navale (MUNAV) è oggi uno dei più importanti museali navali d’Europa. In un’area espositiva di 6.000 mq, il museo custodisce il glorioso passato della Serenissima, grande Repubblica Marinara, e la storia della Marina Militare Italiana.

Il Museo Storico Navale, in Campo San Biagio, in prossimità dell’Antico Arsenale di Venezia, occupa un edificio del XV secolo anticamente adibito a “Granaio” della Repubblica. Qui veniva stoccato il frumento per la produzione del “biscotto”, il pane a lunga conservazione fondamentale per le galee in partenza da Venezia. Il complesso museale si estende alla vicina chiesa di San Biagio e al suggestivo Padiglione delle Navi, ricavato nell’antica Officina dei Remi dell’Arsenale. Questo spazio cinquecentesco, riportato alla sua bellezza originaria, ospita imbarcazioni storiche di rilievo.

Il percorso prosegue nell’area all’aperto all’interno dell’Arsenale, tra la Darsena Grande e il Canale delle Galeazze. Qui è installato il sommergibile Enrico Dandolo: lungo 46 metri, è uno dei primi quattro sottomarini progettati durante la Guerra Fredda. Il Dandolo è oggi visitabile: entrare nella cabina di manovra e nella camera di lancio dei siluri permette di rivivere la vita dei marinai durante le lunghe navigazioni.

Informazioni e orari per visitare il MUNAV: https://www.munav.it/info-e-orari/

Riva S. Biasio 2148, Castello, 30122 Venezia

10. Squero Casal ai Servi – Cannaregio

L’ultima tappa del nostro itinerario ci conduce allo Squero Casal ai Servi, in Calle delle Pignatte,  nel sestiere di Cannaregio. Questo antico cantiere, operativo già nel XV secolo,dal 1996 è sede di Arzanà, associazione che tutela il patrimonio nautico veneziano attraverso il restauro e la conservazione di imbarcazioni tradizionali.

Nel 1833, lo squero fu rilevato dai Casal, celebre dinastia di maestri d’ascia provenienti dalla Val di Zoldo. Sotto la guida di Giuseppe Casal, detto “Bepo el grando”, il cantiere divenne un punto di riferimento per la costruzione delle imbarcazioni “da sotil”. Sebbene l’attività produttiva sia cessata nel 1920, dal 1996 Arzanà ha trasformato questi spazi in un museo che custodisce una collezione straordinaria di circa cinquanta imbarcazioni autoctone in legno, molte delle quali pezzi unici a vela o a remi, salvate dalla dispersione.

Oggi, i locali ospitano una collezione preziosa non solo di scafi, ma anche di strumenti e attrezzature artigiane recuperate da botteghe scomparse. Grazie al lavoro dei soci e dei ricercatori, lo Squero Casal è diventato un’esposizione permanente di etnografia navale, dove si può ammirare la perfezione tecnica necessaria per creare i gioielli in legno che hanno fatto la storia delle regate. .

La sede di Arzanà è aperta al pubblico solo per visite private, da prenotare in anticipo tramite compilazione dell’apposito modulo (https://arzana.org/richiesta-visita/) nel sito dell’Associazione.

Calle de le Pignate 1936/d, Cannaregio, 30121 Venezia


Bibliografia

  • Colasante, Gianfranco. Antichi giochi italiani in Enciclopedia dello Sport. Treccani, 2004.
  • Franco, Giacomo. Habiti d’huomeni et donne venetiane con la processione della ser ma signoria et altri particolari cioe trionfi, feste et cerimonie publiche della nobilissima citta di Venetia. Giacomo Franco forma in Frezzaria all’insegna del sole, 1610.
  • Grevembroch, Giovanni. Gli abiti de veneziani di quasi ogni eta con diligenza raccolti e dipinti nel secolo XVIII, orig. c. 1754. Venezia, Filippi Editore, 1981.
  • Scaino, Antonio. Trattato del giuoco della palla di messer Antonio Scaino da Salò, diuiso in tre parti. Con due tauole, l’vna de’ capitoli, l’altra delle cose piu notabili, che in esso si contengono. In Vinegia appresso Gabriel Giolito de’ Ferrari, et fratelli, 1555.
  • Tassini, Giuseppe. Curiosità Veneziane ovvero Origini delle denominazioni stradali di Venezia. 1863.
  • Ricerche storiografiche di René Seindal (History Walks Venice)

Scopri tutti gli itinerari per esplorare una Venezia diversa promossi dalla campagna di sensibilizzazione #EnjoyRespectVenezia della Città di Venezia. Adotta comportamenti consapevoli e rispettosi del patrimonio culturale e naturale di Venezia e della sua laguna, sito tutelato dall’UNESCO.

Servizio Comunicazione turistica della Città di Venezia:
www.enjoyrespectvenezia.it
turismosostenibile@comune.venezia.it
Facebook: @DetourismVeneziaOfficial
Instagram: @Detourismvenezia
X: @DetourismVenice


Scopri tutti gli itinerari culturali della “Su e Zo per i Ponti”:
Su e Zo per i Ponti - Itinerario Culturale 2017Su e Zo per i Ponti - Itinerario Culturale 2017 Su e Zo per i Ponti - Itinerario Culturale 2018Su e Zo per i Ponti - Itinerario Culturale 2018 Su e Zo per i Ponti - Itinerario Culturale 2019Su e Zo per i Ponti - Itinerario Culturale 2019 Su e Zo per i Ponti - Itinerario Culturale 2022Su e Zo per i Ponti - Itinerario Culturale 2022 Su e Zo per i Ponti - Itinerario Culturale 2023Su e Zo per i Ponti - Itinerario Culturale 2023 Su e Zo per i Ponti - Itinerario Culturale 2024Su e Zo per i Ponti - Itinerario Culturale 2024 Su e Zo per i Ponti - Itinerario Culturale 2025


Logo istituzioni

t-shirt su e zo